Sì, un biplano, esatto.

Ce n'era bisogno?
No, ovviamente no.
"Un uomo senza blog è come un pesce senza bicicletta" dice più o meno il saggio e questi sono tempi in cui ci sono più blog che uomini, pesci e biciclette messi insieme.
E allora?
E allora eccomi qui a fare un altro ennesimo blog nascosto tra i milioni di altri blog. Perché sì. Perché io ho una passione, male comune nella razza umana, e leggere quei pochissimi blog esistenti su questa mia inusuale passione mi ha dato l'energia per arrivare in fondo, mi ha dato emozioni tali che un infermiere potrebbe scambiare per sintomi di epilessia.
Così ecco questo blog: uno tra i tantissimi blog, ma uno tra i pochissimi a parlare di biplani.
E non dei biplani degli eroi o dei pilotoni con carte di credito placcate d'oro. No.
Sono un impiegato, ho una famiglia, ho come tutti mandrie di simboliche nuvole nere che tolgono il sole e a volte mi fradiciano: se ci sono riuscito io può riuscirci chiunque. E un blog che racconta una storia simile non l'ho mai trovato, e se l'avessi trovato, caspita!, mi avrebbe reso felice.
Ho una chance di rendere felice qualcuno, come non approfittarne? :)
Quindi iniziamo: "C'era una volta un biplano..."

Visualizzazione post con etichetta acquisto. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta acquisto. Mostra tutti i post

sabato 16 maggio 2020

17. Il bambino e il biplano

Coincidenze.
Avevo scritto e pubblicato la storia del post precedente sul mio incontro con Greta, la Signora tedesca. E subito dopo ecco Alessandro, senza aver letto cosa avevo pubblicato, che mi manda la storia del suo incontro con – beh non sappiamo ancora il suo nome ma è il biplano che lo aspettava. La sensazione è quella: quando ti metti in testa che nel tuo futuro ci sarà un biplano, nel tuo futuro ecco un biplano iniziare ad aspettarti. A quel punto se sei in gamba sai che il gioco è fatto: il biplano è tuo, ce l'hai, solo che anziché averlo distante un certo numero di chilometri da casa ce l'hai distante un certo lasso di tempo da te. Ma poi quel momento arriva e lui ti aspetta lì, ti ha sempre aspettato, sto diventando pericolosamente metafisico oh sciagura, tutta la strada che hai fatto aveva il solo scopo di portarti in quel punto, in quel momento, a carezzare il tuo biplano – che tu ancora non sai che sia il tuo biplano ma lui ha pazienza e te lo perdona, sa che con gli umani funziona così – e in quel punto finalmente puoi iniziare a vivere.

Sono eccessivo? Eh. Vallo a dire a un pilota di biplano. Sai che ti dirà? "Sì, Gianni è eccessivo", ovvio. Però poi se si ferma un attimo a pensare a come sarebbe stata la sua vita se non fosse passato per quell'incontro col proprio biplano lo vedi impallidire.

Ma torniamo ad Alessandro. Ha incontrato il suo biplano e l'ha voluto raccontare. In modo originale, con disquisizioni a guarnire il racconto, con invenzioni narrative e richiami nascosti nel testo. E come si fa a non inserirlo qui nel blog? Grazie Ale per avermelo permesso! 

Una nota a più pagina: l'incontro di Alessandro col suo compagno di volo è avvenuto subito prima degli arresti domiciliari in cui è caduta l'Italia per la quarantena di cui mi sforzo di non dire nulla per diplomazia. Non so se vi rendete conto di quanto questo sia uno scherzo del fato per un pilota. Bastardo d'un fato. Trovare il proprio biplano dopo anni di ricerca ed essere costretto a chiudersi in casa lontano da lui per tre mesi nel momento in cui sai che c'è, sai che è lì, sai che è tuo. No comment. Alessandro, hai tutta la mia ammirazione per lo stoicismo con cui hai affrontato questo momento. Mi spiace per i tuoi vicini che non hanno dormito per i tuoi continui ululati notturni ma hai il mio appoggio.

E ora lascio la parola al mio amico Alessandro Merlini che è un pilota di biplani da molto prima di toccare un biplano.




Perché un biplano...?

In foto sembra più giovaneAll’apparenza è solo una delle tante curiosità che riguardano il Volo, eppure rappresenta un paradosso, uno di quegli interrogativi troppo semplici per essere innocui, troppo diretti per ricevere una risposta univoca e risolutiva da parte di coloro che a me piace definire “gli unici pazzi ad essere sani di mente”. Chiamiamoli pure individui affetti da biplanite cronica acuta. Io sono uno di loro.
A pensarci bene tale domanda può essere paragonata a uno di quei puri e ingenui «Perché?» che puoi aspettarti da un bambino. 
Non sono padre e forse non lo sarò mai, ma devo ammettere che sarebbe proprio bello se un giorno mio figlio me lo chiedesse.
Mi piace immaginarlo mentre attende la risposta, guardando con l’aria assorta tipica dei bimbi quella creatura con un’ala di troppo, il visetto illuminato dal sole pomeridiano come il muso dell’aereo, i capelli lievemente mossi da un alito di vento primaverile. È la prima volta che lo vede da quando ha ricevuto il dono e la maledizione della parola. Temo che d’ora in avanti possa sentirsi obbligato a dare una motivazione verbale e logica a ciò che prova, a sforzarsi di analizzare le sue emozioni ogni volta che avrà l’istinto di fare la bocca a cuoricino, a dover giustificare con una didascalia il fermo immagine dello stupore. Percepisco ciò come un grave pericolo da quando ho imparato a mie spese cosa significhi ricorrere al raziocinio per tentare a tutti i costi di arginare le proprie passioni. Mentre all’Università acquisivo con fatica la necessaria forma mentis, violentando le mie naturali inclinazioni, non mi rendevo conto che stavo costruendo intorno a me una gabbia dorata. Studiando il mondo dall’interno di questa prigione per spiriti liberi, edificata con regole preconfezionate e universalmente valide, ho imparato una lezione elementare: il modo più efficace di rispondere a una domanda del tipo «Perché un biplano…?!» è semplicemente guardare negli occhi chi la pone; la luce nei tuoi farà gran parte del lavoro sporco. Non credo sia possibile replicare in molti altri modi, per lo meno non altrettanto trasparenti e immediati. Così come è impensabile rivelare in cosa consiste quel sorriso interiore che ogni pilota sente distintamente di avere quando è nel suo elemento, quel sorriso dell’anima invisibile a un osservatore esterno che abbia i piedi troppo per terra. Sarebbe un po’ come descrivere l’aspetto degli angeli. Io non ho fede, ma credo nella spiritualità e preferisco provocarli andando in aria, nell’attesa che a uno di essi un giorno venga la tentazione di abbassarsi alla mia quota per farsi intercettare. Probabilmente solo giunti a metà vita si comincia a capire quanto le parole siano sopravvalutate, come troppo spesso rischino di attivare quelle zone del cervello adibite a imbrigliare tutto ciò che tende a sfuggire al nostro controllo, anche quando si sta vivendo l’altra metà del cielo.
Andare alla ricerca di una risposta per mio figlio è quindi una responsabilità immensa, mi fa pensare al battito d’ali di una farfalla nella teoria del caos. Dal modo in cui le mie parole saranno percepite, se arriveranno dove spero o si fermeranno invece appena varcata la soglia delle sue orecchie, dipenderanno troppe cose. È molto sottile il confine tra l’essere in grado di far germogliare un seme e lasciare incolto per sempre un terreno fertile. Uno spericolato funambolismo emotivo.

Mentre il piccolo segue con gli occhi il profilo di quella misteriosa macchina volante dall’aria austera e antica, ne accarezza delicatamente i contorni e alzando lo sguardo mi chiede: «Papà, perché ha due ali?».
L’ultimo ad avermi domandato: «Perché proprio due ali?!» è stato un amico broker mentre al telefono cercavamo di definire i dettagli della polizza. La mia risposta è stata: «Perché ami tua moglie?». Mi è capitato spesso di riflettere: “Come può un uomo inseguire, a volte per tutta la vita, un’ideale che neanche lui ben conosce o comprende, sperando di trovarlo proprio in una donna con cui magari invecchiare?”.
Assicurazioni, argomento arido ma necessario che adesso voleva dire solo una cosa: dopo otto anni il biplano mi aveva trovato. Non riuscivo ancora a crederci e ne sarebbe passato di tempo prima di realizzare appieno, ma alla fine era successo. Proprio quando mi son sentito a un passo dalla resa e dalla rinuncia al sogno, inaspettatamente e per una serie di circostanze ambasciatrici del “nulla accade per caso”, era arrivato… o arrivata. Non mi era ancora chiaro in effetti se fosse maschio o femmina, ho sempre saputo che i biplani dovessero essere considerati delle Signore cui andrebbe dato un nome da pin-up. Quello che si è fatto scegliere da me ha un aspetto senz’altro robusto, ricorda un rassicurante padre di famiglia o magari un fratello maggiore. Dovevo aspettare ancora un po' per esserne sicuro. Avrei dovuto sentire la sua voce, ascoltarla osservando girare l’elica da dietro, dopo averlo indossato. Per avere la conferma che eravamo fatti davvero l’uno per l’altro.
Solo ora riuscivo a capire che quello che stavo vivendo era l’attimo di cui gli amici più esperti con la mia stessa sindrome avevano sempre parlato: quello in cui realizzi che senza saperlo stavi cercando proprio quel biplano, o più probabilmente lui stava aspettando te. Il momento verso il quale sei inconsapevolmente guidato da una forza misteriosa e tenace, che ti ha fatto persino soffrire, ma che aveva il fine ultimo di condurti dritto a quell’incontro. Proprio con lui. Proprio in quell’hangar. Proprio in quel periodo, con quello che di certo non credevi fosse lo stato d’animo più adeguato.
Finalmente ci conoscevamo, dopo 8 anni di rabdomanzia e pellegrinaggi, interminabili come il simbolo che richiamano, sofferti come una gravidanza. E già, credo proprio che se i biplani potessero essere partoriti questo sarebbe il tempo necessario per la gestazione, almeno per quanto mi riguarda. Speriamo ci siano delle sane eccezioni, di sicuro ci sono stati molti parti prematuri.

Il bimbo continua a sgambettare vicino a quel giocattolo più grande di lui, mi fa pensare a uno sciamano delle tribù indiane d’America che danza intorno al fuoco o a un totem. Continua a girarci attorno senza mai perdere il contatto fisico, non smette un istante di toccarlo. Sorrido. È un ottimo segno: gli piace. La sensazione della tela leggermente ruvida sotto i polpastrelli gli fa immaginare come doveva essere accarezzare un dinosauro che dorme. Cammina a piccoli passi ancora incerti, in fondo ha solo quattro anni, ma studia il suo nuovo amico con profonda attenzione, con quel tipico impegno che solo i bambini sanno mettere anche nelle cose più semplici. Si china sulle ginocchia per curiosare sotto una delle ali inferiori: «Papà qui sotto non c’è nulla, come fa a volare?». Giunto davanti all’elica la esamina e, grattandosi la testa, sorride dolcemente imbarazzato. Lo tengo d’occhio divertito mentre aspetto con pazienza in piedi accanto all’abitacolo. Mi corre incontro e si aggrappa alle mie gambe. Lo sollevo tenendolo per i fianchi poco sotto le braccia, vuole guardare dentro: «Oooh che belloooooooo! È tutto di legno e pelle, ha l’odore del salotto di nonna in montagna!». Gli faccio poggiare i piedi sul sedile e lo aiuto a sistemarsi al posto di pilotaggio, una gamba di qua e l’altra al di là della barra. Mentre con il piccolo indice ne disegna lentamente i contorni, chiede: «Papà, cosa sono tutti questi orologi?». Gli racconto con voce pacata, sottolineandone l’importanza, la funzione dei comandi e degli strumenti installati sul cruscotto. È un utile ripasso anche per me. Questa è la parte facile, sono solo questioni tecniche, e lui le capisce subito fin troppo bene. Annuisce silenzioso, facendo ogni tanto: «Mmm mmm» mentre osserva con sincero interesse quello che ha davanti e intorno a sé, girando la testa in ogni direzione. Impugna delicatamente la cloche con la mano destra e la leva del gas con la sinistra, arriccia il naso e scruta perplesso oltre il parabrezza: «Papà, a cosa servono i fili?».
La mia memoria, con la sua ricca collezione di diapositive, viene immediatamente proiettata al periodo in cui frequentavo la scuola di volo e in particolare al giorno dell’esame per conseguire l’attestato.

Avevo adocchiato già da qualche tempo l’aereo personale del mio istruttore. Lo trovavo sempre in hangar, muso all’insù, fiero e forse un po' superbo. Sembrava sentirsi fuori posto lì in mezzo. Abbandonato tra simili troppo diversi da lui. Troppo conformisti per riconoscere la sua singolare bellezza. Troppo presuntuosi per comprendere la sua eleganza fuori dal tempo. Nonostante la poca luce, il freddo del suo ricovero e la compagnia stonata, rimaneva silenzioso, come se aspettasse pazientemente qualcosa o qualcuno.
Senza rendermene conto avevo iniziato a corteggiarlo. Lo avvistavo ogni volta, già da lontano scendendo dall’auto, proprio grazie a quei “fili” di acciaio tesi a incrocio tra le quattro semiali, che tagliavano a spicchi la figura del meccanico intento a lavorare dietro la sua coda. Lo stesso meccanico che di lì a poco avrei contagiato e che mi avrebbe accompagnato in giro per l’Italia alla ricerca della mia Signora. Col tempo mi ha confidato che il motivo per il quale aveva sentito il desiderio di aiutarmi era una insolita forma di ammirazione, visto che ero l’unico allievo della scuola a non essere minimamente interessato a fare l’ennesimo turista della domenica con il solito ultraleggero.
Non era la prima volta che vedevo un biplano in quel campo volo. Avevo ancora scolpiti nella memoria parecchi ricordi di foto e disegni su libri e riviste - le letture della mia infanzia - come pure degli innumerevoli modellini costruiti con tanta perizia, che a quanto pare all’epoca non avevano lasciato il segno.
Mio padre volava per lavoro ed io ho ricevuto il battesimo dell’aria all’età di otto anni, un numero che inspiegabilmente ritorna. Ho avuto l’immensa fortuna di poter viaggiare molto con lui e la maggior parte di questi voli li ho vissuti da spettatore privilegiato, alle spalle dei piloti.
Adesso però la storia era diversa: stavo imparando a volare. Davanti ai miei occhi non c’erano più immagini su cui fantasticare, aggressivi caccia che sognavo di pilotare se avessi potuto fare l’Accademia o enormi aerei di linea cui avevo rinunciato per laurearmi. Ora c’erano aerei a misura d’uomo, che potevo toccare. Ora spettava a me portarne in aria uno. Ero io il responsabile del volo ai comandi. Io la causa per cui “staccavamo l’ombra da terra”. Finalmente potevo sentire il più autentico profumo che prelude a un decollo, quel misto di erba appena tagliata e benzina.
Per seguire le lezioni ho percorso un’infinità di chilometri e passato molte ore in macchina. Con la nebbia. Con la neve. Spesso tornavo a casa a notte fonda. Non volevo la scuola più vicina, ma la migliore tra quelle raggiungibili. Lo rifarei ancora, con lo stesso identico entusiasmo.
Tutte le volte che arrivavo al campo era inevitabile passare davanti all’hangar-officina sempre aperto e mi fermavo a contemplare affascinato le linee raffinate e i tiranti di quell’eccentrico apparecchio che vedevo sempre a terra, mezzo addormentato. Un apparecchio così diverso da tutti gli altri, che gli stavano intorno come immobili satelliti, che si distingueva per la sua sfuggente personalità. Con i piedi e le ruote a contatto col terreno non era consentito svelarla. 
Il biplano era molto diverso anche dall’aereo che dovevo raggiungere per la lezione e avevo spesso l’impressione che fosse sul punto di chiamarmi. Sembrava emettere un impercettibile richiamo e io cominciavo ad ammirarlo con gli occhi di un bimbo fermo davanti alla vetrina di un negozio di giocattoli quando vede il suo preferito.
Ho preso a tampinare il mio istruttore per il resto del corso, cercando con educazione e pazienza di indurlo a farmi fare un giro come passeggero. Il giorno dell’esame, a mia insaputa, aveva deciso di portarmi in volo. Un premio per aver superato la prova e aver messo le ali. Ali che mi aveva consegnato un paio di settimane prima, il giorno in cui sono nato per la seconda volta. Il giorno del mio primo volo da solista.
Mentre lui offriva da bere alla Signora e controllava che tutto fosse in ordine, io le giravo intorno, come ora stava facendo il bambino. Un’unica differenza: io non riuscivo a parlare. Ero l’incarnazione di Felicità e Meraviglia, entrambe dee mute.
Quel volo fu la cornice perfetta per il mio brevetto. Adesso ero un pilota e avevo capito cosa desiderare. Ero stato folgorato sulla via di Damasco, che nel mio caso era una striscia d’erba nella bassa pianura bresciana.
Spento il motore sono sceso controvoglia, come un fanciullo da una giostra, ma con una sensazione di benessere mai provata prima. Ho ringraziato silenziosamente con una carezza la creatura dal perfetto numero di ali e mi sono abbandonato sull’erba accanto a lei, con un sorriso a trentacinque denti, come il numero di anni che purtroppo avevo aspettato per rinascere. 
Quel pomeriggio. Su quel prato. Sotto il sole di maggio che stava per tramontare. Mi ero innamorato.
Negli anni a seguire ho capito che non era assolutamente importante che fosse in alluminio, legno o composito. Monoposto o biposto. Che avesse la cabina aperta o chiusa. Che fosse una moderna replica veloce o giurasse fedeltà ai lenti parametri d’epoca. Non c’era una ragione, non poteva e non doveva esserci. Era un fatto che potevo solo accettare. Era passione e basta.

Il bimbo mi chiama: «Papà, mi piace tanto guardare il cielo da qui, sembra un disegno!». È ancora seduto al posto di pilotaggio, lo sguardo fisso davanti a sé punta lontano, nell’azzurro intenso incorniciato tra le quattro semiali. I “fili” sussurrano piano esposti al vento, sembrano delle fusa o una richiesta fatta sottovoce. Il biplano attende placido davanti al suo hangar. Siamo a maggio, il mese in cui sono nato. Otto anni esatti dal pomeriggio in cui mi son disteso sull’erba a fissare il cielo con lo sguardo perso e il cuore che palpitava. Come allora il sole sta per svanire ai margini della pianura.
«Vieni piccolo, ti sistemo nel posto anteriore, quello per le persone importanti. È arrivato il momento di volare…». Non mostra alcun timore, emette solo gridolini di gioia.
Mentre gli sistemo il caschetto di pelle, gli occhialoni e la sciarpa di seta bianca che gli ho fatto fare per l’occasione, mi accorgo di quanto mi somigli. Lo accarezzo teneramente sulla guancia e il pensiero va subito ad una vecchia foto di quando avevo circa la sua età, una stampa in bianco e nero su carta Kodak ancora appesa al muro della mia camera da letto: indosso un cappotto di Loden con il bavero alzato, il sole mi illumina il viso mentre sorrido col naso all’insù e un’espressione di grande sorpresa. Mia madre dice che ero rimasto incantato da un aeroplano ad alta quota.

Io e il bambino siamo in volo. Al cielo non potrei chiedere di meglio. Mi sta facendo il regalo più bello mostrando tutte le sfumature di cui è capace, quelle che ho sempre immaginato e desiderato. L’aria turbina intorno a noi, il motore fa il suo dovere girando morbido, ma ad ascoltare bene c’è silenzio. Le sciarpe danzano in aria, scintillando come serpenti di madreperla alla luce calda del crepuscolo. Il bimbo si gira e mi sorride attraverso i grandi occhialoni un po' storti, con un’espressione fin troppo eloquente e una luce negli occhi che sento di avere anch’io. Se non fosse troppo piccolo direi che si è innamorato. Guardando davanti a sé stende in alto le braccia e grida qualcosa che non capisco al vento. Si volta di nuovo, è tutto guanciotte e dentini. Leggo le sue labbra mentre mormora: “Grazie Ale”.
Gli restituisco lo sguardo come farebbe ogni padre amorevole e gli mando un bacio. Mi osservo intorno. Sono immerso in quella dimensione che ogni pilota insegue come un richiamo. L’unica in cui può essere davvero libero. Respiro profondamente. L’aria è un distillato di pura serenità. Il sogno non è più un’illusione. È proprio vero, sto sorridendo dentro.
Una rapida occhiata agli strumenti e poi di nuovo fuori, sembra di essere sospesi in un dipinto impressionista. Penso: “E’ la cosa più bella del mondo…”.
Un’ampia virata per tornare verso casa, quella da comune mortale. Contemplo l’orizzonte al di là dell’elica, con gli occhi lucidi e la felicità che regna indisturbata sul mio viso. Il sole sta andando a dormire. Mi rispondo: “Ecco perché…”.
E in quel preciso istante mi accorgo che a bordo ci sono solo io.


A.M.
Milano, 04/05/2020

mercoledì 16 ottobre 2019

13. Portiamolo a casa

E torniamo a noi.
Stavolta andiamo un po’ avanti con la storia. mi serve per presentare gli argomenti utili a chi sta pensando che in fin dei conti non è così assurda l’idea di vedersi dentro il proprio biplano.

Così eravamo arrivati al momento in cui avevo un tubi e tela bianco e arancione. Un aereo biciclo e nessuno in grado di darmi una mano a imparare a pilotarlo. Beh in realtà ancora c’erano tante promesse: ma sì poi ti faccio vedere io, ma certo un giorno voliamo insieme, ma dai conosco uno che ti mette a disposizione il suo biciclo per imparare. Bello bello. Tutte chiacchiere ma ancora non lo sapevo.
Nel momento in cui – toh! – appare l’annuncio del piccolo biplano monoposto venduto esattamente alla cifra che avevo in tasca non mi preoccupo più del fatto che da un anno ho un tubi e tela che ha volato pochissimo perché ancora non so atterrare con un biciclo, ho le chiacchiere che mi promettono che presto imparerò: quindi si parte subito a vedere il biplano in Sicilia. Con un tecnico che aveva la mia fiducia ovviamente e quindi mi sono fidato del suo “va benissimo, compralo e volalo”.  Spoiler: lo sappiamo, vero, che poi ci ho dovuto lavorare mesi per metterlo in sicurezza, sì? Sto imparando a dosare con molta tirchieria la fiducia ai tecnici. Parliamone a fine post.

Abbiamo già detto che un biplano che ci piace troppo è un acquisto azzardato perché presi dalla passione non vedremo la realtà. E quel Fisher 404 mi piaceva davvero troppo. Sembrava l’aereo di Topolino col carciofo del paracadute sopra, un giocattolone colorato. Mi piaceeeeva.

Così è venuto il momento di saldare e portare il mezzo a Roma.
Nella mia mente era logico: lo si porta in volo. L’aereo vola, quindi si va in volo. Fosse stata una barca l’avrei portata navigando, no?
Sbagliato. Lo stesso ex proprietario me l’ha sconsigliato. Così come ora lo sconsiglierei a chiunque.
Perché?
Perché sarebbe il primo volo. Un conto è passare un paio di settimane sul posto e imparare a volarlo con calma, imparare a conoscerlo, e poi si può pensare al volo.
Ma anche così non lo consiglierei: un aereo di seconda mano, come abbiamo visto, ha per principio una serie di problemi da sistemare prima di essere reputato affidabile. Perciò non basta saperlo pilotare bene, e no, bisogna passarlo tutto al lanternino insieme a qualcuno davvero in gamba per poter dire “ecco, ora è affidabile”.
Io non sapevo pilotarlo, nemmeno riuscivo ad atterrare con un biciclo senza sfasciare un carrello, e volevo portare un aereo mai controllato lungo una rotta che non conoscevo per mezza Italia: hehee, l’ottimismo è un conto, qui siamo nell’idiozia.

Allora: come si porta un aereo?
Sì, perché i biplani sono così pochi che il giorno in cui troverai il tuo biplano in vendita quasi sicuramente sarà davvero lontano da casa tua.

Il vantaggio del monoposto è innegabile: è piccolo.
Ho noleggiato un furgone Iveco Daily Gran Volume, ho ringraziato qualunquecosasia di avere un eccezionale amico disponibile a venire con me e in possesso di una lista di patenti mai vista prima, e via per la Sicilia. Un giorno a smontare le ali e i piani di coda del biplano segnando con scotch di carta ogni cosa, poi caricare il tutto nel furgone insieme a polistirolo e coperte e scoprire che ci entra per pochi centimetri, e infine via verso Roma!
Il momento bello è stato quando eravamo sullo Stretto. C’era un traghetto, nel traghetto un furgone, nel furgone un aereo. Non so perché ma questa cosa di scatole cinesi mi piace da matti.
A Roma: scaricare, consegnare il furgone, rimontare. Totale: tre giorni, mille euro tra noleggio, benzina, pernotto e cibo. Posso dire di essere stato fortunato.

Ma se l’aereo fosse stato biposto?
Ecco, allora sarebbe stato un problema.
Esistono carrelli aperti per le barche o altro da agganciare dietro la macchina (una macchina con un buon motore ovviamente) ottimi per caricarci su tutto l’aereo, con le ali smontate e appoggiate lateralmente alla fusoliera, ma trovare un’anima pia che abbia il carrello e ce lo metta a disposizione è impossibile. Ovviamente una volta trasportato il mezzo ci sarà una folla di persone che diranno “Ma caspita, me lo potevi dire che ti prestavo io il carrello!” e questo non fa bene all’umore.

Se l’aereo è in condizioni di volare si può cercare un pilota esperto che per una cifra non eccessiva si prenda la briga di portarlo a destinazione in volo. Molti fanno così. Ma questa per me è decisamente l’ultima delle soluzioni, per due incontrovertibili motivi: primo, l’aereo appena acquistato va comunque controllato tutto ma proprio tutto prima di fargli fare un volo impegnativo, alla faccia di quello che dice il proprietario, altrimenti il nostro pilota esperto rischia la vita al posto nostro. Secondo, se l’aereo viene ritenuto idoneo a volare allora davvero qualcun altro, per di più pagato da me, deve prendersi il piacere unico del primo vero volo di trasferimento, dell’occasione di conoscere il mezzo mentre lo si accompagna alla sua nuova casa? Scherziamo? Il mio amico Mila ancora ricorda il suo volo più bello: quando ha portato il suo mezzo appena comprato e rimesso a posto dalla Germania sino in Emilia Romagna. Io ricordo il mio volo perfetto: quando ho portato per la prima volta il mio secondo biplano dal Veneto, dove era stato mesi sotto l’occhio di un tecnico mentre io imparavo a conoscerlo in volo, sino al Lazio.

C’è una sola eccezione alla regola del non far volare ad altri il proprio aereo per portarlo a casa: quando è l’ex proprietario a dire “te lo porto io”. In tal caso lui lo conosce, ci ha volato, sa bene lo stato di sicurezza dell’aereo e il fatto di portarlo lui in volo è la dimostrazione che l’aereo è davvero a posto come dice. No, tranquillo, poi ci saranno senza dubbio altre cose che non vanno quando comincerai a guardarlo da vicino, funziona così.
Io quando poi ho venduto il piccolo Fisher siciliano, all’acquirente che voleva smontarlo e caricarlo su un furgone per portarlo a Grosseto ho detto che sarei stato felice di portarglielo io in volo, mi fidavo del mio aereo e non avevo problemi, anzi, mi sarei goduto l’ultimo bellissimo viaggio. Ho insistito perché mi saldasse l’aereo solo dopo la consegna per correttezza perché in effetti ogni volo ha i suoi rischi e se avessi avuto problemi nel recapitarglielo poi si sarebbe trovato ad aver pagato un aereo danneggiato. Ma tanto mi fidavo davvero molto del mio aereo, aveva avuto gli ultimi controlli del tecnico che avevo portato in Sicilia… Ach, tecnico che per la fretta oltre a varie mancanze di attenzione regolò in maniera asimmetrica gli alettoni. C’era turbolenza e vento e continuavo a dare la colpa dell’assetto di volo un po’ storto al meteo, chi avrebbe pensato che il tecnico avesse fatto un errore così idiota solo per la fretta di farmi partire, che gli serviva liberare il posto nella sua officina. 

Torniamo al problema del trasporto.
La soluzione più piacevole quindi sarebbe quella di prendersi del tempo, portare un tecnico per controllare lo stato del mezzo e un meccanico per accertarsi dell’efficienza del motore, imparare a conoscere il mezzo con voli progressivi e infine staccare le ruote e affrontare il volo verso casa magari con un amico che ci affianca col suo aereo. Ma questa è la soluzione più difficile da realizzare.
La soluzione più pratica è quella di convincere l’ex proprietario a fare lui il trasporto in volo, dicendogli che visto che ha ripetuto mille volte che l’aereo è a posto e pronto a volare, questa è l’occasione per dimostrarlo. Però se si ha a che fare con un motore a due tempi le cose cambiano, molte persone non vogliono fare viaggi lunghi col due tempi e lo stesso ex proprietario potrebbe essere dispostissimo a stare sei ore in volo sopra la sua aviosuperficie ma negarvi l’idea di affrontare un’ora e mezza di viaggio per portarlo lontano. 

Comunque il piccolo biplano, ribattezzato Melody da mia figlia, arrivò via terra alla sua nuova casa a Sutri e ancora ho un video del suo uscire dal furgone e venire montato. Un giocattolo.

Dovrei parlare un attimo dei tecnici.
La cosa più importante da sapere è di non sapere. E se non sai devi rivolgerti a chi sa. Quindi un tecnico. Uno che conosce i materiali, le forme, l’aerodinamica, le riparazioni, i punti deboli.
Nell’Aviazione Generale, dove tutto è certificato e standardizzato da procedure, i tecnici sono divinità e le loro parcelle sono le parcelle di divinità.
Nel VDS, dove al confronto tutto sembra essere fatto per gioco, i tecnici quasi sempre sono persone che per la legge sono tutt’altro. Disoccupati, impiegati, persone che non hanno studiato affatto per fare quel mestiere ma che pian piano ci si sono trovate e ogni bacino di volo ha il suo riferimento, spesso senza concorrenza.
Frequentemente il lavoro di un tecnico viene criticato da un altro tecnico, “guarda quel pazzo cosa ha fatto al tuo aereo, ma vuole farti precipitare?” e chi non sa rimane esterrefatto.
Scegliere un buon tecnico è più importante che scegliere un buon istruttore.
Evidentemente il tecnico di cui mi ero fidato, e che comunque è portato sugli allori da altri piloti, consigliandomi frettolosamente l’acquisto del Fisher senza valutare davvero il mezzo e facendomi passare poi l’inferno per le riparazioni che gli avevo chiesto sino a mettermi in difficoltà costringendomi a volare via dalla sua officina con l’aereo non collaudato in un giorno di meteo avverso e con gli alettoni montati male è stato un tecnico discutibile.

Non ho una formula per capire se un tecnico meriti fiducia. O meglio non l’avevo sino a un mese fa. Quando mi capitò una cosa che da sola merita un post e grazie a questo evento inaspettato ho conosciuto un meccanico certificato, tecnico pignolo come tutti i tecnici dovrebbero essere, che come unico mestiere lavora sugli aerei; e ho visto i mezzi con cui vola, perché un tecnico che non vola col suo mezzo è come un barista che non beve caffè: diffidane. Ho visto che quando si trova di fronte a un aereo prima cerca di capirlo, poi affronta il problema con l’anamnesi, fa test comparativi che inducono a ragionamenti, formula una diagnosi e da lì alla terapia precisa il passo è breve. Un dottore insomma. Uno che pensa a quello che fa e fa quello che pensa. E nel frattempo spara battute. Sarò strano io ma considero chi spara battute più intelligente degli altri: anziché ponderare solo il lato serio della cosa apre la mente e osserva anche gli altri aspetti non logici, perciò con una tale inclinazione sarà più facile per lui elaborare soluzioni non ovvie.

Quindi un buon tecnico, o un buon meccanico, secondo me deve farlo a tempo pieno, deve avere un furgoncino da lavoro che gli permetta di portare i suoi strumenti dove serve la sua opera, deve volare, deve avere mezzi volanti che siano il suo biglietto da visita, deve ascoltare e ragionare e fare battute e infine deve perdere tempo con particolari dell’aereo non inerenti al problema che sta riparando. Sì, perché non perde tempo solo chi fa un lavoro per soldi, mentre il fermarsi davanti all’aereo a esaminarlo come fosse una pin up oltre a indicare la necessaria pausa per il ragionamento (esiste una parola ebraica, Selah, che indica la pausa per riflettere) indica anche che si prova passione per quello che si fa. Il buon tecnico inoltre dice “Aspetta, ti aiuto io” se ti vede in difficoltà, non attende che lo chiami col prezzario in mano. Ultimo: il buon tecnico dice di no quando lo ritiene opportuno, non accetta tutti i lavori, e un tecnico davvero in gamba rifiuta i lavori che non lo appassionano. Ecco, se trovi una persona così fagli un monumento.
Ebbene sì io l’ho trovata, dovrò attraversare mezza Italia per far fare la manutenzione al mio biplano attuale ma santo cielo sarà l’occasione per sgranchire le ali.

E ora che mi sono inimicato il 90% dei tecnici passiamo al prossimo argomento. 

martedì 21 maggio 2019

12. La prima volta di Paolo

Ho fatto un blog su come scegliere un biplano ma ce ne dovrebbe essere uno più importante ancora: il blog su come scegliere il proprio compagno d'hangar. Certo, ci sono hangar singoli, ma costi a parte il bello del volo con questi meravigliosi mezzi è la condivisione: se si insegue un sogno è bene puntare al massimo e in questo caso il massimo è avere per compagno d'hangar un altro biplanista, simpatico, propositivo, con un aereo piccolino e facile da muovere e che magari riempia l'hangar di cose utili dicendo poi "usale quando vuoi". Hehee. Più raro di un idraulico la sera di Natale, eh?
Non ho fatto un blog simile perché tale compagno d'hangar perfetto m'è capitato: è Paolo. Paolo De Vita, che a vederlo deborda simpatia come un animatore di villaggi turistici per aviatori e solo quando si mette la divisa graduata dell'Aeronautica viene il sospetto che in realtà si guadagni da vivere differentemente.

Beh, compagni d'hangar così vanno condivisi. Ecco perché gli ho chiesto "Paolo, scriveresti qualche riga per il blog dove racconti qualcosa?" Per avere da lui un punto di vista differente, un consiglio differente dai miei. E lui ha scritto qualche riga, che ripropongo con piacere qui perché quello che racconta contiene un insegnamento essenziale, un dato di fatto assurdo eppure indiscutibile.
Paolo racconta di che fine fanno i problemi. Quelli che prima del decollo ci attanagliano, quelli che prima dell'acquisto di un biplano ci bloccano, quelli che anche gli attori conoscono prima che il sipario si apra e lo spettacolo cominci. Quelli capaci di bloccarci prima che quel sipario si tolga da davanti e lo spettacolo sia cominciato. Ecco che fine fanno.

Grazie Paolo.




Eh sì, la domanda: “ma chi te lo fa fare?” riecheggia ancora nella mia testa quando ripenso al giorno in cui mi sono infilato per la prima volta nel Boredom Fighter per effettuare il primo volo da solista.
  Solista… In realtà non c’è mai stato un volo in coppia, ossia istruttore più pilota. Per il semplice fatto che il Boredom Fighter è monoposto!
  Biplano, biciclo e monoposto… e se hai letto il Blog del mio compagno di hangar Gianni Sarti (se ami il volo e i biplani non puoi non averlo letto) sai che questi 3 fattori complicano un pochino le cose.
  In realtà per fortuna ne avevo fatta di esperienza su un biciclo, biplano e pure biposto, per cui mentre ero seduto comodamente nell'abitacolo mi sentivo piuttosto preparato, il problema è che non credi mai di esserlo, anzi spesso pensi proprio il contrario.
  E se non riesco a tenerlo in pista? e se non riesco a decollare perché peso troppo? e se non basta la pista? e se non so atterrare? e se c’è un eclissi solare proprio quanto stacco le ruote? …Eh sì di domande te ne fai tante, di situazioni paradossali poi te ne crei ancora di più. Peccato che quel giorno non avevo ancora finito di leggere “Illusioni” di Bach, avrei avuto in tasca buona parte delle risposte alle mille domande!

  L’atterraggio: era quella la fase che più mi aveva dato da pensare nei giorni addietro; con un biplano biposto ero atterrato decine e decine di volte prima di fare il solista, adesso invece dovevo “inventarmi” io l’atterraggio perché proprio non l’avevo mai visto! anzi veramente non avevo visto niente, nemmeno il decollo!
  Fatto sta che mentre seguo questi pensieri già sono arrivato al punto attesa: prova motore, prova magneti, check strumenti, tutto ok. Vado.
  Sono talmente concentrato a tenere l’asse pista e a guardare l’anemometro e giri motore che non mi accorgo che il mio “Indiano” mi ha portato già in volo.
  Te ne accorgi perché ad un tratto tutto diventa improvvisamente silenzioso, ascolti solo il sibilo del vento… E poi il colpo di fulmine.
  Mi prenderete per pazzo ma è stato come non sentire più la minima differenza tra me e il biplano. Non capivo più dove finivano le mie mani e iniziava la cloche, le gambe con la pedaliera, sembrava che su quel biplano avessi volato già migliaia di ore, chissà che in un'altra vita forse già eravamo stati insieme, in un altro mondo, su un altro asteroide. A proposito di asteroide, “l’essenziale è invisibile agli occhi” e ad un tratto in volo c’era tutto l’essenziale ed era ben visibile.

  Il volo è la dimensione del vento e dell’aria e se non voli nel modo più vicino gli uccelli, ossia con il vento sul viso… si può dire? O faccio pubblicità occulta? …godi solo a metà.

Paolo

sabato 7 gennaio 2017

9. Comprare un biplano, anche se ti piace troppo

MelodyUuuh quanto ci sarebbe da parlare.
Vediamo di fare il possibile.

Bene, avevo già acquistato un tubi e tela, il Teratorn Tierra II. Mia figlia l'aveva battezzato McFly e quel nome mi piaceva molto. Breve, senza la erre che mi dà problemi, al sapore di Scozia che adoro, tratto dalla serie Ritorno al futuro di Zemeckis che in famiglia ormai conoscevamo a memoria.
All'atto dell'acquisto l'annuncio del venditore "è perfetto, non c'è da fare nulla, lo prendi e lo voli" era stato gratuito: l'avevo preso a un prezzo così ottimo che anche se mi avesse detto "devi smontarlo e ricostruirlo tutto" non avrei egualmente resistito, mi piaceva troppo.
E il guaio è in quel mi piaceva troppo: per ora tienilo a mente, poi riprendiamo il discorso.
Una volta preso sono stato nove mesi a fare continue riparazioni, implementazioni, controlli e sostituzioni. Cavi elettrici quasi tranciati, ruotini di coda troppo delicati per i miei tentativi di atterraggi bruschissimi, motore al termine della vita effettiva già da tempo, freni non funzionanti, trim bloccati, eccetera. Insomma, avrei dovuto imparare che anche un aereo di cui il venditore dice "è perfetto, non c'è da fare nulla, lo prendi e lo voli" poi impegna come un parto.
Ma, non lo nascondo, manutenere un aereo, migliorarlo, coccolarlo, è una cosa che mi dà tanto piacere quasi quanto il volo stesso. Grazie a quelle manutenzioni ho potuto conoscere il mezzo pezzo per pezzo e aumentare in maniera incredibile la mia misera cultura aeronautica. Solo un tubi e tela consente una conoscenza così intima del proprio mezzo perché è l'unico che, come una spogliarellista appena scesa dal palco, mostra tutto ciò che ti interessa vedere.
Comprai McFly come si compra una canoa, una bicicletta. Quattro chiacchiere col venditore, un'occhiata intorno, è fatta. In effetti gli ULM, gli UltraLeggeri a Motore ricordi?, non sono mica aerei per la legge, sono poco più che attrezzi sportivi: ne avevamo parlato.

Poi è arrivata Melody. Un'occasione, uno stupendo biplano monoposto appena finito di costruire in Sicilia. Amore a prima vista. Oddio, per immatricolarlo era necessario per legge che montasse un paracadute d'emergenza in grado di salvare pilota e aereo insieme e questo brutto enorme carciofo rovinava totalmente la bella linea del mezzo, ma che importa: agli occhi di chi è innamorato nemmeno un carciofo in fronte può rendere brutto il nostro amore.
Non la faccio lunga, dopo una visita con un tecnico di fiducia andai con un meraviglioso amico in Sicilia a prendere l'aereo. Un Fisher FP404, piccolissimo, un gioiello di aereo, ancora da immatricolare, con un motore vecchio ma più potente di quello di progetto. Il proprietario lo portò in volo per mostrarmi le sue caratteristiche, io per puro caso avevo a disposizione esattamente la cifra che richiedeva. Mi disse "è perfetto, non c'è da fare nulla, lo prendi e lo voli" e per la seconda volta ci credetti. Perché mi piaceva troppo. Male.

Parliamone: le chiacchiere non contano nulla. Un aereo checché ne dica la legge non è un attrezzo sportivo. È un gioiello di progettazione e di costruzione a cui affidi la vita anche se solo per divertimento. Di conseguenza non va controllato come se fosse una bicicletta o solo un oggetto da comprare per la sua bellezza.
Ovviamente anche questo mezzo ha richiesto nove mesi di lavori prima di essere pronto a volare. Vero, sono maniacale io, ma chi non lo sarebbe sapendo che una leggerezza può significare una catastrofe? Passi per i piccoli orpelli estetici, quelli si sistemano dopo a gusto del pilota. L'importante è la sicurezza: quell'aereo, ed ero troppo entusiasta per vederlo subito, aveva il castello motore (il telaio robustissimo che unisce il motore al muso dell'aereo) segato per far spazio ai carburatori voluminosi del motore sovradimensionato, aveva la traversa dove il carrello d'atterraggio scarica le forze piegata perché troppo alleggerita, le viti meno importanti arrancanti nel vuoto, la batteria del motore di metà potenza rispetto al minimo richiesto, il motore ancora predisposto ad accettare solo benzina rossa eccetera. Io sono un impiegato, ho una famiglia, come dicevo nel cappello del blog: non posso dire "ora rimetto a posto l'aereo", la mia carta di credito scappa inorridita. Così faccio una riparazione quando posso, un'altra quando sarà possibile... E i mesi passano. Mesi non preventivati all'atto dell'acquisto.

È un rimprovero? Ad averlo saputo prima non l'avrei comprato?
Ma che sei matto? Era un biplano, era bello, ero innamorato: certo che l'avrei comprato lo stesso! Perché? Perché mi piaceva troppo. L'avrei comprato comunque, come fanno tutti quelli che perdono la testa per una cosa bella. Però, cavoli, ad averlo saputo prima che avrei passato un altro anno a terra non sarei rimasto deluso come è accaduto.

Andiamo un attimo solo avanti nel tempo. Giunti all'importante momento di controllare il motore, un Rotax 582, due tempi degli anni '90, il meccanico Rotax particolarmente allarmista mi disse che quei motori tendono ad ovalizzare l'albero motore spezzandolo. Questo mi gettò nella disperazione. In realtà, come appurato dopo da altri meccanici Rotax e riconosciuto anche da lui, solo alcuni vecchi 582 dopo più di 450 ore di funzionamento possono ovalizzare. Dopo 450 ore. Il mio ne aveva 70 a essere pessimisti. Ma in quel momento presi la notizia come una scusa per cercare un motore a 4 tempi, più affidabile e che mi avrebbe permesso di affrontare lunghi voli, voli che con qualsiasi due tempi si evita sempre di fare. Così pochi mesi dopo incontrai un beeel motore quattro tempi. Con tutto un meraviglioso biplano attaccato intorno, hehee. E di nuovo per puro caso avevo la possibilità in quel momento di comprarlo, una storia ai confini della realtà. E il proprietario mi rivelò in confidenza "è perfetto, non c'è da fare nulla, lo prendi e lo voli". Già sentito, vero?
Quando lo acquistai, memore delle sorprese precedenti, portai un tecnico in gambissima che prima di vedere il biplano facendogli le pulci si mise a leggere parola per parola il libretto dell'aereo, un documento su cui viene scritta dopo l'immatricolazione tutta la vita del mezzo, ogni volo, ogni manutenzione. Chiedendo "come mai questa data non corrisponde? Il controllo di ottobre è saltato, quando è stato fatto? In questo periodo non ha volato, c'era un problema?", ogni incertezza l'ha passata al vaglio. Mi sono sentito in buone mani.
Poi ahimè solo dopo l'acquisto e i primi voli abbiamo appurato che il ruotino di coda era rotto e nessuno lo fabbrica più, il serbatoio faceva gocciolare carburante, i tubi della benzina erano crepati come fossero di creta vecchia, l'elica era sbagliata quanto una di terracotta, un grosso adesivo su una semiala si è staccato in volo per fortuna senza brutte conseguenze, l'avviamento elettrico era al limite di vita, l'olio motore riscaldava sino a temperature da frittura mista eccetera.

Morale: non importa che aereo compri, non importa quanto ti assicurino che sia perfetto, non importa quale tecnico ti accompagni a consigliarti. Metti in preventivo mesi di lavoro prima di volarci. E non è un male: lavorarci su consente di conoscere il mezzo. Non per i ricconi che danno l'aereo in mano a un'officina e dicono "pensateci voi poi passo a pagare", no, ma per quelli come me, che fanno da soli creandosi le competenze o chiedendo a chi sa, per quelli come me che quando un tecnico ci mette le mani se possono sono accanto a lui e se non possono seguono e vogliono conoscere cosa ha fatto, come e perché; ecco, per me lavorare su un mezzo prima di portarlo in volo significa conoscerlo, imparare ad averne fiducia e scoprirne i punti deboli, sapere cosa potrò chiedergli e come. Diciamo che è un po' un seguito della scuola di volo, sì. Sei pronti a sporcarti le mani?

Riassumendo: nessun aereo di seconda mano è pronto al volo, e se lo è ignoralo e comincia a cercare i suoi guai partendo dalla certezza che da qualche parte di sicuro ci sono. Nessun aereo di seconda mano si compra senza vedere i documenti, documenti del mezzo e del motore, e se questi non ci sono allora l'aereo tranne conoscenza diretta della sua storia va considerato inaffidabile. I documenti vanno spulciati dando la caccia a ogni anomalia, fidandoci più di ciò che vi è scritto piuttosto che del proprietario che superficializza "ma no, il meccanico ha scritto così ma non era poi grave, l'ha fatto per giustificare l'intervento". Nessun aereo si compra senza che il pilota lo porti in volo per almeno 45 minuti, tempo in cui le temperature iniziano a mostrare se ci sono problemi di raffreddamento. Se l'aereo è monoposto è giusto che lo guidi solo il proprietario, se è biposto è giusto che ci ospiti come passeggeri in quell'ora di prova e poi che ospiti il tecnico di fiducia che ci portiamo. Calcoliamo che con l'atterraggio le temperature scendono molto (motore al minimo e aereo in discesa) quindi tornato a terra il problema delle eventuali temperature alte non sarà visibile. Se è un biposto va volato col serbatoio pieno così da vedere le reali prestazioni a pieno carico con pilota e passeggero a bordo, situazione in cui se il motore non è ben dimensionato o l'elica è sbagliata l'aereo arranca faticosamente in salita.
È utile portarsi un tecnico fidato a vedere il mezzo da comprare? Sì se poi possiamo dirgli "Vedi, mi hai detto di comprarlo e ora ti accorgi di questo guaio, come minimo me lo ripari a un prezzo di favore!" :)


Trailer: nelle prossime puntate ecco come trasportare un aereo, scegliere tra mono e biposto, come imparare a pilotare il biciclo (scoglio che demoralizza molti biplanisti) e come venderne uno. Abbiate pazienza, non sono veloce ma scriverò tutto. :)